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Copertina del libro di poesie ‘Navigando in cima all’iceberg’ di Francesco Nardini

Navigando in cima all'iceberg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Acquistabile c/o:
La Libreria dell’Isola, via Vittorio Emanuele n. 14 – 07024 La Maddalena (OT)
tel. 0789 735414.
Editore: Edizioni Pendragon, Via Borgonuovo n. 21/a – 40125 Bologna
http://www.pendragon.it

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‘Navigando in cima all’iceberg’ di Francesco Nardini.

L’articolo originale qui.

Questo libro, uscito da poco per i tipi di Nicola Pesce – e ripubblicato da Pendragon, NdA – (se non lo trovate, come spesso accade coi piccoli volumi di poesia che escono un po’ in sordina, un po’ carbonari) ha una bellissima copertina e l’editore (distrattamente, almeno nella mia copia) ha omesso il nome dell’artista autore del disegno di grande potenza che è Marco Acciaro e mi fa piacere, per prima cosa, segnalarlo. Non mi appassiono facilmente alla poesia contemporanea ma ho letto queste liriche con una voracità che mi ha sorpreso.
Di solito la poesia si legge con compostezza, a spizzichi, con un’attenzione analitica e poco carnale, poco viscerale. Di solito la poesia contemporanea si legge con la schiena dritta, la noia in agguato, la sveltezza sciatta verso parole tutte simili, difficilmene “significanti”. Di solito la poesia contemporanea rimanda a qualcosa che con il proprio presente, con la propria storia, il corpo, la vita ha poco a che fare. Di solito la poesia contemporanea si ripiega su se stessa come una foglia che si accartoccia. C’è dentro qualcosa che dice solo dell’autore e poco altro. Che dice con parole facili, emotive, quello che si sente, pensieri riordinati, ombelicali. Sorprendente è la carnalità e la commovente capacità dieccitare e sconvolgere della poesia di Francesco Nardini. Sarà per la ragione che evidenzia Sergio Rotino nella prefazione: “…Carnale e carica di una sensualità estremamente maschile, come non se ne legge più da tempo, ma al contempo capace di aprirsi in anse dove è racchiusa una dolcezza dai toni più scuri, meditativi, che ne arricchiscono la tavolozza cromatica”. In queste anse mi sono ritrovata, ho riconosciuto tracce vissute, emozioni e visioni rese universali, con una maestria di terra, di odori, di memorie, una maestria che travolge i confini, che non li scava, non li accentua, non si lascia spaventare e confondere. Quasi automatica, necessaria, la parola di questo scrivere poetico.

Sogno spesso di te/nella notte/quando meno dovrei/pensare/ e desidero/ più di ogni altra cosa dormire/ eppure mi affascina/ rivedere il tuo viso come un’icona/ rincorrere le fiammate inclementi/ nel buio che distorce/ i sentieri della senilità

L’indecenza coraggiosa del mettersi a nudo, senza cercare effetti speciali od eclatanti ma solo lasciando andare il superfluo e il troppo detto, il troppo logorato, è come un’eco, arriva pagina dopo pagina, la malinconia si seda in un riconoscersi costante, in un ritrovare sempre il nucleo denso e preciso, ma tuttavia sfuggente, di quello che conta, di quello che resta

E’ già ieri/il tuo urlare/feroce/davanti alla morte/sovrastante/è già ieri/ il principio della dela/infinita/che ha iniziato a tessere/ la tela senza termine/ noi attendiamo/ centellinando/ a ritroso/ le gocce di dolore/ per sentirci vivi/ ancora per un giorno.

Marguerite Duras in “Scrivere” parlava di parole che fanno piangere e non si sa perché. Mi è successo questo, leggendo le liriche contenute in questo piccolo libro. Piangere e ritornare su una poesia. Scovare la seguente con un batticuore impensabile. Piccolo libro, dicevo. Breve, come sono sempre brevi le sillogi, ma lo termini e lo rileggi, lo termini e senti di avere raccolto un nutrimento che va molto oltre le pagine e le folgoranti istantanee raccolte, Lo termini e percepisci silenzi che sussurrano, spaccature e crepe disegnate sulla pagina con un pudore che non riesce a frenare il corpo che entra nelle righe, l’urgenza, la presenza di una densità rara. Nei tempi e nei ritmi. Nell’incalzare. Nei frantumi del ciò che poteva essere e non è stato, nostalgie condivise che restano sullo sfondo.

(Francesca Mazzucato su “Books and other sorrows”)

Un commento su ‘Navigando in cima all’iceberg’

Francesco NardiniNavigando in cime all’iceberg, Bologna, Pendragon 2008

Con piacere ho letto la raccolta di Francesco Nardini, introdotta in modo splendido da Francesco Rotino. L’autore (1947) vive alla Maddalena e dirige la biblioteca del Circolo Ufficiali della Marina Militare. Il prefatore pone in luce l’elemento «carnale» di questa raccolta, una carnalità non vissuta in pienezza di esistenza, ma oscurata da un velo di malinconia: «La lontananza non getta oblio sui ricordi / accresce la loro tirannide / perché pensando di averli dimenticati / ci trafiggono con più dolore / quando ritornano». L’elemento descrittivo in Nardini si lega profondamente ad un atteggiamento euristico che non si limita alle apparenze, ma vuole risalire il percorso degli accadimenti, degli avvenimenti e dei sentimenti per cercarne la ragione. In questo modo la poesia si trasforma in queste, in una ricerca tutta interiore, dove i riflessi dell’esistenza rivelano lati oscuri della propria personalità: «io nel sonno tuo vidi pomi d’argento sbocciare / arrivare spargere rientrare rugiade acquate». Del resto la poesia è una continua scoperta, rispecchia «le parole che la penna mi dirà», per cui lo scrittore confida: « mi abbandono e lascio che nella fuga / aghi di sale mi trafiggano il cuore».

(Giuliano Ladolfi)